Arrivati dall’Asia Minore, i Celti occuparono, tra l’8° e il 4° secolo a.C., molte regioni del continente europeo e delle isole britanniche, arrivando fino a Roma, che saccheggiarono. Successivamente furono costretti a ritirarsi e la loro lingua sopravvisse solo in alcune zone. Erano organizzati in tribù e un fattore molto importante per la loro coesione interna era la religione, che si fondava sul culto di numerosi Dei.

Migrazioni

Popoli appartenenti a uno stesso gruppo linguistico di famiglia indoeuropea all’inizio del 2° millennio a.C. migrarono dall’Asia in Europa, stanziandosi principalmente nelle regioni del Danubio e del Reno. Molti secoli dopo, tra l’8° e il 6° a.C., dopo aver dato vita alla cultura di Hallstatt ‒ località austriaca dove sono state ritrovate 2.000 tombe ‒, i Celti compirono una serie di migrazioni, occupando gran parte del continente e delle isole britanniche e dividendosi in diverse tribù: Galli, stanziati nell’odierna Francia; Britanni, Cimri e Gaeli in Gran Bretagna; Belgi; Celtiberi nella Penisola Iberica; Galati nei Balcani. Gli spostamenti ebbero molteplici cause: l’aumento demografico, lo spirito di conquista, la pressione di altri popoli.

Dal 5° secolo il centro di diffusione della loro civiltà fu La Tène, località svizzera presso Neuchâtel. Verso il 400 a.C. alcuni Galli ‒ Insubri, Leponzi, Senoni, Boi, Cenomani ‒ attraversarono le Alpi e si stanziarono nella Pianura Padana (Gallia cisalpina); da qui fecero numerose scorrerie in tutta Italia, saccheggiando anche Roma nel 390 sotto il comando di Brenno. Nel 3° secolo i Galati fondarono in Asia Minore un regno, che sopravvisse fino al 25 a.C.; ma ormai la spinta espansionistica celtica si era esaurita e lasciò il posto a una rapida decadenza.

Nel 2° e 1° secolo a.C. l’espansione dei Romani e dei popoli germanici sottrasse ai Celti quasi tutti i territori e cancellò la loro lingua ovunque, salvo che in Britannia (l’odierna Gran Bretagna), dove, nonostante l’occupazione romana, i Celti conservarono il Galles, la Scozia, l’Irlanda e alcune isole, come l’Isola di Man. Qui i loro dialetti sopravvissero nelle varianti gaelica (Scozia e Irlanda) e cimrica o britannica (Galles, Cornovaglia). Il dialetto cimrico si affermò anche in Bretagna (in Francia), occupata dai Britanni in fuga a causa dell’occupazione da parte degli Anglosassoni dell’isola (410). In tali dialetti i bardi, cioè poeti e musici, celebrarono le gesta epiche dei loro eroi e si sviluppò una letteratura che espresse opere come i cicli di Ossian (in gaelico) e di re Artù (in cimrico).

L’organizzazione della società

La società celtica era organizzata in tribù, governate inizialmente da re, poi da magistrati elettivi. Le tribù erano suddivise in clan familiari a struttura patriarcale. Ma Giulio Cesare incontrò in Caledonia ‒ nome con cui i Romani chiamavano la Britannia ‒ tribù governate da donne che praticavano la poliandria, avevano cioè più di un marito. I clan si alleavano con legami di sangue, consolidati da scambi di doni (potlach). Le tribù raramente si legavano in federazioni, preferendo conservare la propria autonomia.

Al vertice della società stava la ricca e potente aristocrazia costituita da guerrieri e druidi (i “veri veggenti”, che erano sacerdoti, maghi, insegnanti e giudici); seguivano i liberi non armati e gli schiavi, dediti ad agricoltura, allevamento, caccia e artigianato. In tempo di guerra l’assemblea dei nobili nominava il comandante dell’esercito, che era scarsamente organizzato, ma disponeva di una valorosa cavalleria e di ottime armi e carri da guerra. I Celti decapitavano i nemici e trasformavano i loro crani in coppe, convinti che questo trofeo aumentasse la forza di un guerriero. La decapitazione di un nemico era un rito di iniziazione del giovane al mondo adulto.

La religione celtica si fondava sul culto di numerosi dei ‒ la triade principale era costituita da Teutanes, Taranis ed Esus ‒ ai quali erano dedicati anche sacrifici umani. Nonostante credessero nell’esistenza di un aldilà e dessero importanza al culto dei morti, i Celti esaltavano la vita e la natura e immaginavano che gli dei risiedessero in luoghi nascosti: isole lontane, foreste, grotte.

La loro arte fu essenzialmente decorativa, legata alla produzione di gioielli, vasellame, armi e monete. Tipico era l’uso di forme geometriche e astratte: nelle immagini gli oggetti non erano riprodotti fedelmente, ma rappresentati da simboli.

Fonte: treccani.it