Molti di noi sono abituati ad assumere più farmaci al giorno, ma come tutti sappiamo esistono diversi fattori di rischio o collaterali che possono derivarne: cosa succede effettivamente al nostro organismo? Cerchiamo di capirlo meglio sul nuovo numero di Benessere (settembre), disponibile in tutte le edicole.

«Questo matrimonio non s’ha da fare», scriveva Manzoni. E in effetti ci sono relazioni sbagliate, fallimentari, addirittura pericolose. La regola vale anche nel mondo chimico, in particolare per i farmaci, che possono dare luogo a interazioni indesiderate non solo tra loro, ma anche con cibo, alcol, integratori, rimedi erboristici, fumo di sigaretta e addirittura patologie organiche.

Il risultato può essere l’aumento, la riduzione o l’annullamento dell’effetto di uno o più medicinali oppure la comparsa di eventi avversi anche gravi. Un problema di non poco conto, se consideriamo che secondo il rapporto 2018 dell’Osservatorio sull’uso dei medicinali in Italia (OsMed) i pazienti tra i 65 e gli 85 anni assumono mediamente 6-7 farmaci prescritti dal medico (politerapia), che si sommano a quelli di libera vendita, senza obbligo di ricetta, facendo salire il conteggio fino a dieci principi attivi diversi, spesso assunti ogni giorno (polifarmacia).

«Talvolta l’interazione tra medicinali è positiva e intenzionale, come quando combiniamo più farmaci per trattare l’ipertensione in modo che possano cooperare fra loro», spiega il professor Alberto Corsini, direttore del Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari presso l’Università di Milano. «In questo caso, l’obiettivo è sfruttare diversi maccanismi d’azione per ottenere lo stesso effetto: nel caso della pressione, ad esempio, si può intervenire favorendo la dilatazione dei vasi sanguigni con un calcio antagonista e parallelamente aiutando il lavoro del cuore con un Ace inibitore. Questo consente di utilizzare dosaggi inferiori dei singoli farmaci, limitare le reazioni avverse e ottenere una migliore gestione della patologia».

Al contrario, però, ci sono interazioni che non sono né volute né vantaggiose per il paziente: un esempio può essere quello della carbamazepina, uno dei principali farmaci usati nel trattamento dell’epilessia, che associato a un anticoagulante orale ad azione diretta, come rivaroxaban, dabigatran, edoxaban e apixaban, potrebbe ridurre l’efficacia del secondo ed esporre il paziente a un rischio tromboembolico. (…)

Fonte: la rivista